È chiaro a tutti che tenere un negozio aperto, uno sportello di servizi, un ufficio con la porta aperta in città non è solo una questione economica: la ricerca urbana lo chiama presidio territoriale, e la relazione con la sicurezza è documentata. Strade vissute e sorvegliate naturalmente sono strade più sicure, mentre i fondi chiusi generano abbandono, degrado e percezione di insicurezza. Le telecamere non possono sostituire la presenza umana. Quando un negozio chiude, non sparisce solo un’attività: la città diventa meno sicura.

Rispetto alla grande distribuzione e alle catene nei centri commerciali, le attività di vicinato sono realtà economiche che restituiscono quasi la metà del proprio giro d’affari all’economia locale (studio di Civic Economics e ILSR). Questo vuol dire impatto reale sul benessere di tutti noi: in stipendi, fornitori, servizi.

Una strategia che abbia come obiettivo la lotta alla chiusura dei negozi non è nostalgia, ma strategia economica e di sicurezza urbana insieme. Il Comune deve farsene carico. Serve una strategia curata e coerente, che individui gli immobili sfitti, costruisca gli accordi con i proprietari, e offra a chi apre garanzie e condizioni agevolate in cambio di impegni precisi: luce in strada fino a tardi, orari d’apertura allungati, spazi messi a disposizione per mostre, adozione e cura degli spazi urbani adiacenti. In cambio, agevolazioni e supporto normativo, azzeramento dei tributi comunali, inserimento in una strategia coordinata cittadina.

Uno strumento possibile da implementare è quello dei pop-up store: incubatori di attività che aprono per periodi definiti e a costi azzerati. L’obiettivo è duplice: da un lato attrarre (anche dall’esterno) giovani imprenditori, professionisti innovativi e progetti sperimentali che oggi non avrebbero l’interesse di aprire un’attività tradizionale; dall’altro dare ai commercianti del territorio condizioni ultra favorevoli per offrire prodotti e servizi sul territorio.

Il modello esiste già, ed è collaudato: il progetto Pop Up in Toscana opera da oltre dieci anni in una decina di città (da Prato a Grosseto a Livorno), ha riaperto oltre un centinaio di spazi commerciali sfitti, e una parte consistente si è trasformata in attività stabili. Proprio per i risultati ottenuti in termini di vivibilità, commercio e riduzione dell’insicurezza percepita, la Regione Toscana lo ha riconosciuto nel proprio codice regionale del commercio. È una esperienza decennale, documentata, replicabile. Possiamo farlo funzionare anche qui.

Una rappresentazione in stile cartoon dei pop-up store: illustrazione realizzata con Lumo, l'AI di Proton. ✨

Oltre ai pop-up nei locali privati, il Comune deve garantire anche spazi gestiti direttamente e da mettere a disposizione gratuitamente per la promozione culturale, la valorizzazione del territorio, eventi e iniziative di comunità. L’investimento ripaga la città in tre valute: economica (favoriscono flussi di clienti e nuove attività), culturale (favorisce aggregazioni, discussioni, idee) e di sicurezza (tramite la presenza e il controllo sociale).

I presidi commerciali rendono la città attrattiva anche per chi sceglie dove vivere, non solo per chi apre un’attività. In una visione più ampia, questa strategia va legata ad un progetto per favorire il south working a Eboli. Si tratta di un altro tema centrale per il futuro, e merita di essere trattato approfonditamente in un altro momento. In estrema sintesi l’obiettivo è attrarre nella nostra città professionisti che lavorano da remoto per aziende e clienti fuori dal territorio, ma che scelgono di abitare, vivere, partecipare qui. Perché i servizi di grande scala sono ormai ovunque uguali (un supermercato lo trovi in ogni città) mentre quello che diventa attrattivo è avere un centro che innova, che sperimenta, che offre spazi originali di visione urbana e ricerca.